S. Agata
Articolo tratto dal sito ufficiale
di cui si consiglia la visita
Negli anni in cui visse Agata, a metà del III secolo, l' impero romano aveva già raggiunto la massima estensione territoriale. I suoi confini andavano dalla Penisola iberica alla Mesopotamia, dalla Britannia all’Egitto, abbracciando popoli, lingue, religioni e costumi molto diversi tra loro.
Il governo centrale si era preoccupato di dare uniformità alle terre conquistate imponendo a tutti la lingua latina, le leggi di Roma e la propria religione, ma non era m grado di amministrarle e di controllarle direttamente. Per questo aveva affidato ogni provincia a un proconsole o a un governatore, funzionari che godevano sia dei poteri civili che di quelli militari: imponevano e riscuotevano le imposte. amministravano la giustizia, comandavano l’esercito.
Ai tempi dell’imperatore Decio, Catania era una città ricca e fiorente, che per di più godeva di un’ottima posizione geografica. Il suo grande porto, nel cuore del Mediterraneo, rappresentava uno dei più vivaci punti di scambio commerciale e culturale dell’epoca. Le fonti storiche narrano che era amministrata dal proconsole Quinziano, uomo rude, prepotente e superbo.
Con moglie e famiglia, una corte numerosa, le guardie imperiali e una schiera di servi, alloggiava nel ricco palazzo pretorio, un enorme complesso di edifici con annesse aule giudiziarie e carceri, in cui si svolgevano tutte le attività pubbliche della città.
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Sin dal 264 a.C., anno in cui con la prima guerra punica Roma sottrasse l’isola ai Cartaginesi, in Sicilia era stata imposta la religione pagana dei Romani, col suo carico di divinità popolane e goderecce, esempi di corruzione e di dissolutezza nei costumi.
Quando la comunità cristiana iniziò a essere abbastanza ampia, intorno al 40 d.C., si abbatterono su di essa le prime persecuzioni. Inizialmente con Nerone, a metà del primo secolo, ebbero carattere soltanto occasionale. Poi, nel corso del II secolo, fu data loro una base giuridica mediante una legge che vietava il culto cristiano.
Di questi primi secoli la Chiesa ricorda numerosi martiri che, con il loro coraggio e la determinazione nell’accettare la morte per Cristo, contribuirono ad accelerare la diffusione del cristianesimo.
All’inizio del III secolo, l’imperatore Settimio Severo emanò un editto di persecuzione. Egli stabilì che i cristiani dovessero essere prima denunciati alle autorità e poi invitati a rinnegare pubblicamente la loro fede. Se accettavano di tornare alla religione pagana avevano diritto al libellurn, una sorta di certificato di conformità religiosa, ma se si rifiutavano di sacrificare agli dei, venivano prima torturati e poi uccisi. Con questo sistema, freddo e calcolatore, l’imperatore cercava di fare apostati, cioè persone che abbandonavano la fede cristiana, e non martiri, che erano considerati più pericolosi dei cristiani vivi.
Poi, di fronte al diffondersi del cristianesimo e temendo che l’aumento dei fedeli potesse minacciare la stabilità dell’impero, nel 249 l’imperatore Decio ordinò una repressione ancora più radicale: tutti i cristiani, denunciati o no, erano ricercati d’ufficio, rintracciati, torturati e infine uccisi.
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In quegli anni, a metà del III secolo, a Catania nasceva Agata. La data non è mai stata storicamente accertata con esattezza, ma fu calcolata a ritroso partendo da un’altra che invece è certa, cioè il martirio avvenuto nel 251. La tradizione popolare e gli antichi atti vogliono che Agata, al momento del martirio, fosse poco più che adolescente. Per questo motivo si fa risalire la sua nascita intorno all'anno 235. Una voce aggiunge anche il giorno: l’8 settembre, facendolo coincidere con una delle date più importanti del culto mariano, quella della nascita della Madonna.
La sua era una famiglia nobile e ricca. Possedeva case e terreni coltivati, in città e in provincia. Il padre Rao e la madre Apolla decisero di chiamarla Agata, che in greco significa “la buona”. In questo nome c’era già racchiuso il suo destino: bontà e purezza furono, infatti, le doti che distinsero Agata sin dalla prima infanzia.
La tradizione popolare identifica nei ruderi di una villa romana, al centro della città, la casa natale di Agata. In questo luogo in seguito è stato posto un piccolo altare che, in ogni periodo dell’anno, è tanto ricco di fiori da sembrare un giardino a primavera.
Dei suoi primi anni di vita non ci sono giunte testimonianze documentate, ma si può supporre che sin dalla più tenera età Agata abbia ricevuto dai genitori una buona educazione e che dal loro esempio abbia appreso il valore delle virtù cristiane: la preghiera, la rinuncia alle ricchezze terrene, il coraggio nello scegliere Cristo.
Agata trascorreva le giornate della sua adolescenza in un sereno ambiente familiare. Era obbediente ai genitori, che amava profondamente, ma più di ogni cosa amava Dio. Fuggiva il lusso e la vita mondana, che invece erano al centro degli interessi delle coetanee di pari grado sociale.
Cresceva in santità: metteva tutto il suo impegno nelle semplici cose di ogni giorno per imitare e testimoniare Gesù. E fu questo allenamento quotidiano alla rinuncia e al sacrificio che le permise di prepararsi ad affrontare la grande prova del martirio. Ma Agata cresceva anche in bellezza: il suo corpo era slanciato, i lineamenti delicati, le labbra rosee, i capelli biondi. La voce del popolo l’ha descritta per secoli così, e in questo modo l’arte sacra l’ha sempre raffigurata. Qualcuno ha pensato di trovare una conferma, sia dell’altezza che del colore dei capelli, nelle ricognizioni fatte periodicamente sulle reliquie della santa.
Come un bocciolo di rosa, la sua bellezza era nella grazia delle forme e nel pudore che le rivestiva. Bellezza, candore e purezza verginale facevano di Agata una creatura davvero angelica.
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Molto presto, già negli anni dell’infanzia, Agata ebbe chiaro nel cuore il desiderio di donarsi totalmente a Cristo. Per lo Sposo celeste provava un sentimento semplice e spontaneo, ma anche così forte che era impaziente di pronunciare il voto di verginità.
Nel segreto dell’animo si era già promessa a Dio e, quando non aveva ancora compiuto 15 anni, sentì che era giunto il momento di consacrarsi solennemente. Il vescovo di Catania accolse la sua richiesta e, durante una cerimonia ufficiale chiamata velatio, le impose il flammeum, il velo color rosso fiamma che portavano le vergini consacrate.
Agata da quel giorno divenne sposa di Cristo. Aveva atteso con ansia e trepidazione quel momento e aveva pregato tanto Dio di poter offrire a lui il suo cuore puro. Così, dopo tanta attesa, la consacrazione la rese profondamente felice, consentendole di vivere in preghiera e meditazione.
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Un giorno, il proconsole Quinziano fu informato che in città, tra le vergini consacrate, viveva una nobile e bella fanciulla. Decise allora che doveva conoscerla. Ordinò ai suoi uomini che la catturassero e la conducessero al palazzo pretorio: si trattava proprio di Agata.
L’accusa formale, in forza dell’editto di persecuzione dell’imperatore Decio, era quella di vilipendio della religione di Stato, un’accusa riservata a tutti i cristiani che non volevano abiurare. In realtà l’ordine del proconsole nasceva anche dal desiderio di soddisfare un capriccio e un interesse personale: piegare a sé una giovane bella e illibata e confiscarle i beni di famiglia.
Per sottrarsi all’ordine del proconsole, Agata per qualche tempo rimase nascosta lontano da Catania. Su questo punto storia e leggenda sono fortemente intrecciate: più città si contendono il merito di aver dato asilo alla vergine esule. Tra le ipotesi più accreditate, la più probabile è quella secondo cui Agata si rifugiò a Galermo, una contrada poco distante da Catania, dove i genitori possedevano case e terreni.
Secondo un’altra tradizione, che nasce con buona probabilità da un errore di trascrizione degli antichi atti del martirio, Agata si sarebbe rifugiata, invece che a Galermo, a Palermo. Un’ultima e poco attendibile ipotesi, questa di tradizione non italiana, sostiene che Agata si sarebbe nascosta in una grotta nell’isola di Malta.
Nei secoli, il popolo ha arricchito di avventure leggendarie la fuga e l’arresto di Agata. Una di queste narra che ella, inseguita dagli uomini di Quinziano e giunta ormai nei pressi del palazzo pretorio, si fosse fermata a riposare un istante. Nello stesso momento in cui si fermò, si dice per allacciarsi un calzare, un ulivo comparve dal nulla e la giovinetta potè ripararsi e anche cibarsi dei suoi frutti. Ancora oggi, per rinnovare il ricordo di quell’evento prodigioso, è consuetudine coltivare un albero di ulivo in un’aiuola vicino ai luoghi del martirio.
Un’altra tradizione popolare legata a questa leggenda vuole che, il giorno della festa di sant’Agata, vengano consumati dolcetti di pasta reale, di colore verde e ricoperti di zucchero, che nella forma ricordano le olive, chiamati appunto “olivette di sant’Agata”.
Tornando alla storia, Agata rimase in esilio soltanto per poco tempo. Gli apparitores, gli sgherri al servizio del proconsole, la raggiunsero con quella facilità che è propria dei potenti e la condussero in tribunale al cospetto di Quinziano.
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Quinziano, non appena la vide, fu rapito dalla sua bellezza. Un ardore passionale lo invase, ma i suoi tentativi di seduzione furono tutti vani, perché Agata lo respinse sempre con grande fermezza.
Il proconsole pensò allora che un programma di rieducazione avrebbe potuto trasformare la giovane e l’avrebbe convinta a rinunciare ai voti e a cedere alle sue lusinghe. La affidò così per un mese a una cortigiana, una matrona dissoluta, maestra di vizi e di corruzione, che era conosciuta col nome di Afrodisia. La donna viveva in casa con le sue figlie, nove secondo la tradizione, diaboliche e licenziose almeno quanto lei.
Fu il mese più duro e terribile per la giovane Agata. La sua purezza era costretta a subire continui insulti, cattivi esempi e inviti immorali. Per farle dimenticare Gesù, Afrodisia la tentò con ogni mezzo: banchetti, festini, divertimenti di ogni genere, le promise gioielli, ricchezze e schiavi. Ma Agata disprezzava ognuno di questi doni.
Quando lo strumento della persuasione si rivelò incapace a piegare la sua ferrea volontà, Afrodisia e le figlie tentarono di raggiungere lo stesso vile scopo attraverso le minacce. < Quinziano ti farà uccidere >, le intimavano. Ma la vergine incorruttibile respingeva ogni proposta, si mostrava insensibile a ogni minaccia, opponeva rifiuti secchi usando parole di fuoco: < Vane sono le vostre promesse, stolte le parole, impotenti te minacce. Sappiate che il mio cuore è fermo come una pietra in Cristo e non cederà mai. La giovane Agata fu sempre fedele al suo unico Sposo; a lui offriva le sofferenze che pativa per la fede e giorno dopo giorno la sua anima ne risultava sempre più temprata.
Allo scadere del mese e di fronte alla fermezza di Agata, Afrodisia non potè far altro che arrendersi. Sconfitta e umiliata, riconsegnò la giovane a Quinziano: < Ha la testa più dura della lava dell’Etna, non fa altro che piangere e pregare il suo invisibile Sposo. Sperare da lei un minimo segno d’affetto è soltanto tempo perso >.
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Quinziano prese atto che lusinghe, promesse e minacce non sortivano alcun effetto su quella giovane tanto bella quanto innamorata di Gesù. Decise allora di dare immediato avvio a un processo, contando così di piegarla con la forza.
Convocata al palazzo pretorio, Agata entro fiera e umile. Procedeva a passi sicuri verso il suo persecutore e, quando i suoi occhi limpidi incontrarono quelli di Quinziano, li trovarono accesi di rabbia e di desiderio di rivalsa.
Agata non era spaventata, sapeva che Io Spirito Santo l’avrebbe assistita e le avrebbe suggerito le parole da dire al tiranno. Ne era certa, perché Gesù stesso lo aveva promesso ai suoi discepoli.
Si presentò al proconsole vestita come una schiava, come usavano le vergini consacrate a Dio, e Quinziano volle giocare su questo equivoco per provocarla. < Non sono una schiava, ma una serva del Re del cielo >, chiarì subito Agata. < Sono nata libera da una famiglia nobile, ma la mia maggiore nobiltà deriva dall’essere ancella di Gesù Cristo >. Le affermazioni di Agata erano taglienti e fiere, degne della semplicità di una vergine e della fermezza di ma martire.
< Tu che ti credi nobile >, disse Agata a Quinnano, < sei in realtà schiavo delle tue passioni >. Questa fu una grave provocazione per lui, padrone di quella terra e garante della religione pagana in Sicilia. < Dunque, noi che disprezziamo il nome e la servitù di Cristo >, domandò irritato il proconsole, < siamo ignobili? >.
Per Agata, che parlava con la forza della fede e illuminata dallo Spirito Santo, era arrivato il momento di accettare la sfida e rilanciò: < Ignobiltà grande è la vostra: voi siete schiavi delle voluttà, adorate pietre e legni, idoli costruiti da miseri artigiani, strumenti del demonio >. Quinziano a quelle parole si sentì come un toro ferito. Era incapace di controbattere, non possedeva né le risorse culturali di un oratore, né la saggezza e la semplicità delle risposte ispirate dalla fede che aveva Agata.
Gli unici strumenti che conosceva bene e che sapeva usare erano la violenza e le minacce. In questo campo era sicuro di essere il più forte e questi mezzi utilizzò: < O sacrifichi agli dèi o subirai il martirio >, minacciò spazientito.
Ma, di fronte alla minaccia delle torture, Agata non si lasciò intimorire: < Vuoi farmi soffrire? >, lo irrise. < Da tempo lo aspetto, lo bramo, è la mia più grande gioia >. Poi, con voce sicura, aggiunse: < Non adorerò mai le tue divinità. Come potrei adorare una Venere impudica, un Giove adultero o un Mercurio ladro? Ma se tu credi che queste siano vere divinità, ti auguro che tua moglie abbia gli stessi costumi di Venere >.
Queste parole, pesanti come macigni e affilate come lame, per Quinziano furono dure sferzate al suo orgoglio. Seppe reagire soltanto con la violenza e ricambiò con uno schiaffo l’umiliazione appena subita. Per niente avvilita per la percossa, Agata gli rispose: < Ti ritieni offeso perché ti auguro di assomigliare ai tuoi dèi? Vedi allora che nemmeno tu li stimi? Perché pretendi che siano onorati e punisci chi non vuole adorarli? >. Erano parole inconfutabili, ma Quinziano non volle arrendersi e ordinò che la giovane fosse rinchiusa in carcere.
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Quinziano prese atto che lusinghe, promesse e minacce non sortivano alcun effetto su quella giovane tanto bella quanto innamorata di Gesù. Decise allora di dare immediato avvio a un processo, contando così di piegarla con la forza.
Convocata al palazzo pretorio, Agata entro fiera e umile. Procedeva a passi sicuri verso il suo persecutore e, quando i suoi occhi limpidi incontrarono quelli di Quinziano, li trovarono accesi di rabbia e di desiderio di rivalsa.
Agata non era spaventata, sapeva che Io Spirito Santo l’avrebbe assistita e le avrebbe suggerito le parole da dire al tiranno. Ne era certa, perché Gesù stesso lo aveva promesso ai suoi discepoli.
Si presentò al proconsole vestita come una schiava, come usavano le vergini consacrate a Dio, e Quinziano volle giocare su questo equivoco per provocarla. < Non sono una schiava, ma una serva del Re del cielo >, chiarì subito Agata. < Sono nata libera da una famiglia nobile, ma la mia maggiore nobiltà deriva dall’essere ancella di Gesù Cristo >. Le affermazioni di Agata erano taglienti e fiere, degne della semplicità di una vergine e della fermezza di ma martire.
< Tu che ti credi nobile >, disse Agata a Quinnano, < sei in realtà schiavo delle tue passioni >. Questa fu una grave provocazione per lui, padrone di quella terra e garante della religione pagana in Sicilia. < Dunque, noi che disprezziamo il nome e la servitù di Cristo >, domandò irritato il proconsole, < siamo ignobili? >.
Per Agata, che parlava con la forza della fede e illuminata dallo Spirito Santo, era arrivato il momento di accettare la sfida e rilanciò: < Ignobiltà grande è la vostra: voi siete schiavi delle voluttà, adorate pietre e legni, idoli costruiti da miseri artigiani, strumenti del demonio >. Quinziano a quelle parole si sentì come un toro ferito. Era incapace di controbattere, non possedeva né le risorse culturali di un oratore, né la saggezza e la semplicità delle risposte ispirate dalla fede che aveva Agata.
Gli unici strumenti che conosceva bene e che sapeva usare erano la violenza e le minacce. In questo campo era sicuro di essere il più forte e questi mezzi utilizzò: < O sacrifichi agli dèi o subirai il martirio >, minacciò spazientito.
Ma, di fronte alla minaccia delle torture, Agata non si lasciò intimorire: < Vuoi farmi soffrire? >, lo irrise. < Da tempo lo aspetto, lo bramo, è la mia più grande gioia >. Poi, con voce sicura, aggiunse: < Non adorerò mai le tue divinità. Come potrei adorare una Venere impudica, un Giove adultero o un Mercurio ladro? Ma se tu credi che queste siano vere divinità, ti auguro che tua moglie abbia gli stessi costumi di Venere >.
Queste parole, pesanti come macigni e affilate come lame, per Quinziano furono dure sferzate al suo orgoglio. Seppe reagire soltanto con la violenza e ricambiò con uno schiaffo l’umiliazione appena subita. Per niente avvilita per la percossa, Agata gli rispose: < Ti ritieni offeso perché ti auguro di assomigliare ai tuoi dèi? Vedi allora che nemmeno tu li stimi? Perché pretendi che siano onorati e punisci chi non vuole adorarli? >. Erano parole inconfutabili, ma Quinziano non volle arrendersi e ordinò che la giovane fosse rinchiusa in carcere.
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Agata fu riportata in cella, ferita e sanguinante. Le piaghe aperte bruciavano, il dolore era lancinante. Ma sapeva che pativa per Gesù e questo l’appagava. Così, mentre pregava in silenzio, con lo sguardo rivolto al cielo al di là della grata, lo Sposo celeste volle alleviarle il dolore e le mandò l’apostolo Pietro.
La notte successiva alle torture, nel buio della cella, la fanciulla vide avvicinarsi una luce bianca. Era un fanciullo vestito di seta con una lucerna in mano. Lo seguiva un uomo anziano. Inizialmente Agata non volle che l’anziano le porgesse i medicamenti che aveva portato con sé per guarire le sue ferite. < La mia medicina è Cristo >, disse, rifiutando delicatamente l’aiuto < se Egli vuole, con una sola parola, può risanarmi >.
Agata desiderava ardentemente soffrire per Cristo, morire per lui, diventare una martire per amore. Sapeva che il chicco di grano può dare frutto soltanto se muore e così anche il suo sangue, versato per gli ideali del vangelo, poteva essere il seme di un’umanità rinnovata in Cristo. < Le pene che io soffro >, spiegò all’anziano visitatore, < completano il mio lungo desiderio >, coltivato sin dall’infanzia >.
Ma quando l’uomo la rassicurò e le disse di essere l’apostolo di Cristo, Agata chinò il capo e accettò che su di lei si compisse la volontà di Dio. Aveva aspettato tanto, ma, obbediente alla volontà del suo Sposo, abbandonò un desiderio che era suo per accettare quello del Padre.
Il prodigio non tardò: quando l’uomo scomparve nel buio, Agata si accorse che le ferite erano guarite, il suo seno era rifiorito e il suo spirito si era rinvigorito.
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Dopo quattro giorni di cella, all’alba del quinto fu condotta in tribunale per la terza volta. Quinziano fu sbalordito e incredulo nel vedere rimarginate le ferite sul corpo di Agata e volle sapere cosa fosse accaduto. Agata gli rispose fiera: < Mi ha fatta guarire Cristo >.
Quella giovane fanciulla, così bella e fragile ma anche così determinata, doveva apparire al proconsole come la più pesante delle sconfitte personali. La sua stessa presenza era ormai imbarazzante e Quinziano volle liberarsi di quell’incubo con l’ordine definitivo: < Uccidetela >, gridò. Per Agata fu decisa la morte più atroce: un letto di tizzoni ardenti con lamine arroventate e punte infuocate.
L’ordine fu eseguito immediatamente: Agata fu gettata sulle braci, coperta soltanto dal suo velo da sposa di Cristo. Mentre il suo corpo veniva rivoltato sui carboni ardenti e trafitto da punte di ferro e lamine taglienti, la sua anima, che si era conservata pura, ardeva più forte per il Signore.
A questo punto, secondo la tradizione si sarebbe verificato un altro miracolo, a testimoniare la chiara santità di Agata: il fuoco, che straziava il suo corpo, non bruciò invece il velo.
Per questa ragione il < velo di sant’Agata > diventò da subito una delle reliquie più preziose. Più volte portato in processione di fronte al fuoco delle colate laviche dell’Etna, ha avuto il potere di far arrestare il magma.
Le fonti storiche dicono che, quando Agata fu spinta nella fornace, un violento terremoto scosse l’intera città di Catania. Tutti pensarono che fosse il grido di dolore della sua terra per l’orrendo delitto. Silvano e Falconio, i due perfidi consiglieri di Quinziano che avevano controfirmato la condanna a morte, finirono travolti dal crollo del palazzo pretorio.
Si narra anche che Quinziano fosse riuscito a fuggire, ma poco tempo dopo morì annegato mentre tentava di attraversare in barca il fiume Simeto, vicino a Catania. Il suo corpo non fu mai ritrovato e per questa ragione una leggenda popolare vuole che di tanto in tanto il fantasma del proconsole vaghi inquieto in quelle zone; mentre c’è chi sostiene di vedere le acque del fiume, in certi periodi dell’anno, ribollire ancora per lo sdegno.
La folla dei catanesi che aveva assistito al supplizio di Agata l’accompagnò alle porte del carcere, dove venne condotta agonizzante, e vegliò su di lei negli ultimi istanti prima della morte.
Tutti poterono assistere al suo ultimo gesto. Con le poche forze che le erano rimaste, Agata unì le mani in preghiera e, di fronte alla folla commossa, recitò con un filo di voce questa orazione spontanea: < Signore, che mi hai creato e custodito fin dalla mia prima infanzia e che nella giovinezza mi hai fatto agire con determinazione, che togliesti da me l’amore terreno, che preservasti il mio corpo dalle contaminazioni degli uomini, ti prego di accogliere ora il mio spirito >. Era il 5 febbraio 251.
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I cristiani che avevano assistito al martirio e alla morte di Agata raccolsero con devozione il suo corpo e lo cosparsero di aromi e di oli profumati, come era in uso a quell’epoca. Poi con grande venerazione lo deposero in un sarcofago di pietra, che da allora fino ai nostri giorni è stato sempre oggetto di culto a Catania.
Le fonti narrano che, quando il sepolcro ormai stava per essere chiuso, si avvicinò un fanciullo, vestito di seta bianca e seguito da altri cento giovanetti. Presso il capo della vergine depose una tavoletta di marmo, che oggi è una preziosa reliquia custodita nella chiesa di Sant’Agata a Cremona, con l’iscrizione latina < M. S. S. H. D. E. P. L. >, che in italiano significa < Mente santa e spontanea, onore a Dio e liberazione della patria >. Questa iscrizione, detta anche < elogio dell’angelo >, è la sintesi delle caratteristiche della santa catanese ed è anche una solenne promessa di protezione alla città.
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Era trascorso un anno esatto dal martirio quando l'Etna minacciò di distruggere Catania con un’inarrestabile e spaventosa colata lavica. Soltanto nel momento di maggiore sconforto qualcuno si ricordò dell’iscrizione sulla tavoletta di marmo con cui l’angelo aveva promesso aiuto alla città di Catania, patria di Agata. Così i catanesi, delicatamente e con grande devozione, presero il velo rosso poggiato sul sarcofago della santa e, tra preghiere e invocazioni, lo portarono in processione dinanzi al fronte della colata. Il fiume di magma infuocato si arrestò per miracolo, lasciando incolumi gli abitanti e intatte le case dei villaggi ai fianchi del vulcano. Fu un tripudio: lodi, celebrazioni, inni di ringraziamento. Proprio in seguito a questo evento Agata fu proclamata santa.
Dopo questo primo miracolo la fama di sant’Agata si diffuse rapidamente in tutta l’isola e da lì a poco si propagò oltre lo stretto di Messina. La sua tomba, venerata in una cappelletta nei pressi del luogo del martirio, divenne meta di numerosi pellegrinaggi. il SUO nome venne in seguito inserito nel canone della messa e, fino alla recente riforma del concilio Vaticano II, era pronunciato ogni giorno dai sacerdoti in testa all’elenco delle sante martiri ricordate dalla Chiesa.
Con quel primo miracolo ottenuto per intercessione di sant’Agata, Catania legò in maniera indissolubile il suo nome e il suo destino alla potente concittadina, che allora seppe salvare la città dalla furia distruttrice dell’Etna e in seguito l’avrebbe salvata ancora molte altre volte da diversi nemici.
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Tra i devoti che ogni giorno visitavano il luogo in cui era sepolta sant’Agata, una volta giunse anche una pellegrina speciale. Erano passati circa cinquant’anni dal martirio, quando dalla vicina città di Siracusa giunse la giovane Lucia che accompagnava la madre Eutichia, gravemente ammalata.
Lucia, inginocchiata sulla tomba della vergine e martire catanese, pregò con fervore per la guarigione della madre. Fu allora che sant’Agata le apparve: < Sorella mia Lucia >, le disse, < perchè chiedi a me ciò che tu stessa puoi porgere a tua madre? >. E poi aggiunse: < Anche tu, proprio come me, subirai il martirio per la tua fede in Cristo >.
Lucia ritornò a Siracusa col cuore pieno di gioia e di speranza. La madre guarì e la profezia del suo martirio si avverò un anno dopo: santa Lucia è stata infatti martirizzata il 13 dicembre del 303, durante le persecuzioni di Diocleziano
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Gli avvenimenti più importanti che hanno riguardato la città di Catania sono legati a sant’Agata: eruzioni, terremoti, assedi, malattie, forze terribili e devastanti, eventi paurosi di fronte ai quali gli uomini si rivelano impotenti. Ma i catanesi, fiduciosi nella promessa scritta sulla tavoletta che l’angelo consegnò alla città, hanno invocato l’aiuto della santa concittadina e hanno ottenuto sempre la sua protezione.
Per più di quindici volte, dal 252 al 1886, Catania è stata salvata dalla distruzione della lava. Ed è poi stata preservata nel 535 dagli Ostrogoti, nel 1231 dall’ira di Federico Il, nel 1575 e nel 1743 dalla peste. Ma chi può contare le grazie ricevute in più di diciassette secoli dai catanesi e da quanti in tutto il mondo cristiano si sono affidati a lei?
La liberazione dall’eccidio
Il 25 luglio 1127 i Mori presero d’assedio le coste siciliane. Dove approdavano erano stragi, massacri e rapine. Quando stavano per assalire la costa catanese, gli abitanti della città ricorsero all’intercessione di sant’Agata e la grazia non tardò: Catania fu risparmiata da quel flagello.
Un altro episodio ha dimostrato ancora una volta che la città ai piedi dell’Etna ha sempre goduto della vigile protezione di sant’Agata. Nel 1231 Federico li di Svevia era giunto in Sicilia per assoggettarla. Molte città si ammutinarono e Catania fu tra queste. Federico Il furente ne ordinò la distruzione, ma i catanesi ottennero che, prima dell’esecuzione di quello sterminio, in cattedrale venisse celebrata l’ultima messa, alla quale presenziò lo stesso Federico Il. Fu durante quella funzione che il re svevo, sulle pagine del suo breviario, lesse una frase, comparsa miracolosamente, che gli suonò come un pericoloso avvertimento: < Non offendere la patria di Agata perché ella vendica le ingiurie >.
Immediatamente abbandonò il progetto di distruzione, revocò l’editto e si accontentò soltanto che il popolo passasse sotto due spade incrociate, pendenti da un arco eretto in mezzo alla città. A Federico bastò un atto di sottomissione e lasciò incolumi i cittadini e Catania, salvata per l’intercessione della Madonna delle Grazie e di sant’Agata.
La città ricorda questo evento con un bassorilievo di marmo che si trova oggi all’ingresso del Palazzo comunale e raffigura Agata, seduta su un trono come una vera regina, che calpesta il volto barbuto di Federico li di Svevia.
La lava e i terremoti
Nel 1169 un terremoto fece da preludio a una tremenda eruzione. Un fiume di lava, scorrendo per i pendii deIl’Etna e allargandosi per le campagne, distruggeva ogni cosa al suo passale e avanzava inarrestabile verso la città. Ma, come era avvenuto un anno dopo la morte di sant’Agata, una processione col sacro velo bloccò il fiume di lava. Miracoli simili i catanesi li ottennero anche nel 1239, nel 1381, nel 1408, nel 1444, neI 1536, nel 1567 e nel 1635.
Ma l’eruzione più disastrosa avvenne nel 1669: una serie di bocche si aprirono lungo i fianchi del vulcano, che eruttò lava e lapilli per sessantotto giorni. La lava distrusse molti centri abitati e giunse fino in città, circondando il fossato del Castello Ursino. Nella sacrestia della cattedrale un affresco, realizzato dieci anni dopo l’eruzione da chi aveva vissuto in prima persona quei tragici momenti, descrive le scene quasi apocalittiche di quella eruzione.
Quando il magma era giunto a una distanza di trecento metri dal duomo, miracolosamente scansò i luoghi in cui sant’Agata era stata imprigionata, aveva subito il martirio e dove poi era stata sepolta, per andare a scaricarsi in mare e proseguire per più di tre chilometri. Sembrò chiara la volontà della santa catanese di salvare i luoghi che appartenevano alla sua storia e al suo culto.
A quella terribile eruzione è legato anche un altro evento prodigioso: un affresco, che raffigurava sant’Agata in carcere, e che si trovava in un’edicola sulle mura della città, fu trasportato intatto dal fiume di lava per centinaia di metri. Ora quel dipinto si trova sull’altare maggiore della chiesa di Sant’Agata alle Sciare, a Catania.
Dono di ringraziamento per aver salvato la città dalla distruzione totale è la grande lampada votiva d’argento che si trova al centro della cappella di sant’Agata nella cattedrale e che Carlo Il di Spagna volle offrire alla patrona della città.
Nel 1693 un violento terremoto fece tremare Catania. Ci furono diciottomila morti. Nessuno dei novemila superstiti dopo la catastrofe voleva più ritornare in città. Catania sarebbe diventata una città fantasma se un delegato del vescovo, in processione con le reliquie di sant’Agata, non avesse supplicato il popolo a rimanere e a ricostruire la città.
Nel 1886 una bocca eruttiva si era aperta a Nicolosi, un centro abitato alle pendici dell’Etna. Il beato cardinale Dusmet, il 24 maggio, portò in processione il velo di sant’Agata e, benché la processione si fosse fermata in un tratto in discesa, il magma lavico si arrestò immediatamente. In memoria dello straordinario miracolo, in quel punto sorge ora un piccolo altare.
La peste
In più occasioni sant’Agata pose benigna la sua mano sulla città anche a protezione dalle epidemie. Nel 1576, quando la peste cominciò a diffondersi poco lontano da Catania, il senato pensò di ricorrere all’intercessione della patrona. Le reliquie furono porta in processione lungo le vie della città e, una volta giunte accanto agli ospedali dove erano ricoverati gli appestati, essi guarirono e nessuno fu più contagiato.
I catanesi ottennero un altro segno di protezione nel 1743, quando una seconda ondata di peste stava per diffondersi da Messina anche a Catania. Il miracolo ci fu anche stavolta: le reliquie furono portate in processione e la peste cessò. In ricordo di questo prodigio fu eretta nella zona del porto, una colonna sormontata da una effigie di sant’Agata che schiaccia la testa di un mostro, simbolo della peste.
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Sant’Agata è presente nella tradizione artistica catanese e nella considerazione popolare nelle vesti di santa bambina (< Santuzza >, come la chiamano con affetto i catanesi), mite e delicata, ma al tempo stesso è vista come santa potente, fiera e temibile.
Il Busto, il veneratissimo reliquiario d’argento e smalto, offre un’immagine dolce della santa, con un sorriso placido. Ma lo stemma della città, scolpito nella pietra lavica dell’Etna, raffigura Agata con lo sguardo fiero e con la spada sguainata e pronta a difendere quanti a lei si affidano; è un’immagine che incute timore.
E infatti Agata è la giovinetta delicata e pudica che subì le torture per amore di Cristo, che liberò la sua terra dalla corruzione dei costumi, restituendo il senso del pudore che la religione pagana aveva indebolito. Ma fu anche capace di giurare protezione e di salvare Catania dalla lava, dai pirati, dai nemici e dalle epidemie.
Le immagini di sant’Agata, centinaia diffuse in tutto il mondo, rappresentano la santa con i simboli e gli elementi del martirio: giglio della purezza, palma del martirio, tenaglie, seno reciso. La più antica raffigurazione iconografica di sant’Agata è un mosaico nella chiesa di Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna. Risale alla metà del VI secolo e la rappresenta in piedi, vestita dell’abito ufficiale delle diaconesse, una lunga tunica verde.
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Nel 1040, dopo due secoli di dominazione araba, i Bizantini comandati dal generale Giorgio Maniace tentarono di riconquistare la Sicilia. La loro vittoria fu soltanto temporanea, anche perché Stefano, il responsabile della flotta bizantina, commise il grave errore di farsi sfuggire il più importante prigioniero di guerra, il capo militare arabo Abd Allah. Per questa ragione il generale Maniace inflisse a Stefano una severa punizione, ignaro che l’ammiraglio fosse un membro della casa imperiale di Costantinopoli. Per sanare l’incidente diplomatico e recuperare la stima dei sovrani che gli avevano già ordinato il rientro in patria, Giorgio Maniace decise di donare alla casa regnante le preziose reliquie della catanese sant’Agata e della siracusana santa Lucia, già conosciute e venerate in tutto il Mediterraneo.
La tradizione racconta che un fortunale impedì la partenza della nave per tre giorni, quasi che sant’Agata non volesse staccarsi dalla città nella quale era nata e aveva subito il martirio. Alla fine i catanesi, addolorati e inermi di fronte alla decisione del conquistatore, videro allontanarsi a bordo di una nave bizantina le preziose reliquie della loro patrona. Una fontanella con un’effigie di sant’Agata che guarda a oriente, posta di fronte alla marina, ricorda il punto dal quale i catanesi in lacrime assistettero impotenti a questo furto.
Il ritorno in patria
Dovettero passare 86 anni prima che le reliquie di sant’Agata tornassero in patria. Si dice che fosse stata la stessa santa a volerlo, richiedendolo espressamente a due militari a lei devoti, il provenzale Gisliberto e il pugliese Goselmo. Più volte la santa apparve loro in sogno, finché una notte i due decisero di sottrarre le sacre spoglie dalla chiesa di Costantinopoli dove erano venerate.
Per sfuggire più facilmente ai controlli dovettero sezionare il corpo della santa in cinque parti, per poi nasconderle dentro le faretre in cui normalmente si riponevano le frecce. Si narra che poi le avessero ricoperte con petali di rosa profumati.
I due militari presero una nave e si diressero in Sicilia, ma prima si fermarono in Puglia, regione in cui era nato Goselmo, e per suo desiderio vi lasciarono una preziosa reliquia, una mammella, ancora oggi venerata nella chiesa di Santa Caterina d’Alessandria d’Egitto, a Galatina (Lecce).
Quando giunsero a Messina, i due soldati avvertirono il vescovo di Catania, Maurizio, che le reliquie di sant’Agata erano finalmente giunte vicino alla città. li vescovo, che in quei giorni si trovava nella residenza estiva ad Acicastello, fu enormemente felice, ma per prudenza, prima di diffondere la notizia in città, volle accertarsi che i due dicessero la verità e che quelle che avevano trasportato fossero realmente le spoglie della santa. Inviò a Messina due monaci fidatissimi, Oldmanno e Luca, per il riconoscimento: le reliquie furono confrontate con i referti che erano stati redatti durante le ultime ricognizioni. Soltanto dopo la conferma dei monaci, il vescovo Maurizio diede la notizia ai catanesi. Era il 17 agosto 1126.
Il popolo, svegliato durante la notte da uno scampanio a festa, non perse tempo a cambiarsi d’abito e si riversò in strada così come si trovava, anche a piedi nudi e in camicia da notte, per accogliere prima possibile le reliquie finalmente recuperate. Lo storico incontro dei catanesi con le spoglie di sant’Agata avvenne nel quartiere di Ognina, dove in seguito fu eretta una chiesa che nel 1381 la lava circondo senza distruggere, ma che più recentemente fu abbandonata e infine lasciata andare in rovina.
A con ferma dell’eccezionalità di quell’evento del 1126, i documenti storici registrano un miracolo, compiuto quella stessa notte. Una donna, cieca e paralitica dalla nascita, riacquistò vista e uso delle gambe nell’atto di prostrarsi davanti al sacro tesoro. I catanesi furono così riconoscenti ai due soldati che li elessero cittadini onorari e li vollero eterni custodi delle reliquie della santa: le toro spoglie riposano in cattedrale, in una parete della cappella della Madonna, accanto a quella di sant’Agata, anche se il punto esatto non è indicato.
Il Busto
Dal 1376 la testa e il torace di sant’Agata sono custoditi in un prezioso reliquiario d’argento lavorato finemente a sbalzo e decorato con ceselli e smalto. Ha l’aspetto di una statua a mezzo busto, con l’incarnato del volto in fine smalto e il biondo dei capelli in oro, in realtà, però, è un raffinato forziere, cavo all’interno, in cui sono custodite le reliquie della testa, del costato e di alcuni organi interni. L’allora vescovo di Catania, un benedettino francese oriundo di Limoges, l’aveva commissionato in Francia, nel 1373, all’orafo senese Giovanni Di Bartolo.
La devozione dei fedeli arricchisce continuamente di gioielli, ori e pietre preziose la finissima rete che ricopre il Busto. Tra gli oltre 250 pezzi che a più strati ricoprono il reliquiario, alcuni sono doni di particolare valore. La corona, un gioiello di 1370 grammi tempestato di pietre preziose, fu, secondo una tradizione non confermata, un dono di Riccardo I d’inghilterra detto < Cuor di Leone >, che giunse in Sicilia nel 1190, durante una crociata. La regina Margherita di Savoia, nel 1881, offrì un prezioso anello, mentre il vicerè Ferdinando Acugna una massiccia collana quattrocentesca. Vincenzo Bellini donò alla patrona della sua città un riconoscimento che era stato dato a lui: la croce di cavaliere della Legion d’Onore. Anche papi, vescovi e cardinali negli anni hanno arricchito il tesoro di sant’Agata di collane e croci pettorali, oggetti preziosi che si aggiungono ai tantissimi ex voto che il popolo catanese continua a offrire alla <Santuzza>.
Nella stessa data in cui fu realizzato il Busto, gli orafi di Limoges eseguirono anche i reliquiari per le membra: uno per ciascun femore, uno per ciascun braccio, uno per ciascuna gamba.
I reliquiari per la mammella e per il velo furono eseguiti più tardi, nel 1628. Attraverso il vetro delle teche, che protegge ma non nasconde, durante la festa di sant’Agata si può vedere il miracoloso velo, una striscia di seta rosso cupo, lunga 4 metri e alta 50 centimetri, che le ricognizioni garantiscono ancora morbida, come se fosse stata tessuta di recente. Attraverso il reliquiario della mano destra e del piede destro si possono scorgere i tessuti del corpo della santa ancora miracolosamente intatti.
Lo scrigno
Le reliquie del corpo, che per secoli furono conservate in una cassa di legno (oggi custodita nella chiesa di Sant’Agata la Vetere), daI 1576 si trovano in uno scrigno rettangolare d’argento alto 85 centimetri, lungo un metro e 48, largo 56. Il coperchio è suddiviso in 14 riquadri che raffigurano altrettante sante che onorano Agata, la prima vergine martire della chiesa. All’interno si conservano anche due documenti storici: la bolla pontificia di Urbano Il che conferma solennemente che sant’Agata nacque a Catania e non a Palermo, come voleva un’altra tradizione, e una pergamena del 1666 che proclama sant’Agata protettrice perpetua di Messina.
La reliquia del seno
Fra tutte le città italiane di cui sant’Agata è compatrona, Gallipoli e Galatina, in Puglia, sono coinvolte in una singolare contesa che vede come protagonista una reliquia di sant’Agata, la mammella.
Una leggenda diffusa in Puglia spiegherebbe con un miracolo la presenza della reliquia a Gallipoli. Si dice che l’8 agosto del 1126 sant’Agata apparve in sogno a una donna e la avverti che il suo bambino stringeva qualcosa tra le labbra. La donna si svegliò e ne ebbe conferma, ma non riuscì a convincerlo ad aprire la bocca. Tentò a lungo: poi, in preda alla disperazione, si rivolse al vescovo. Il prelato recitò una litania invocando tutti i santi, e soltanto quando pronunciò il nome di Agata il bimbo aprì la bocca. Da essa venne fuori una mammella, evidentemente quella di sant’Agata.
La reliquia rimase a Gallipoli, nella basilica dedicata alla santa, dal 1126 al 1389, quando il principe Del Balzo Orsini la trasferì a Galatina, dove fece costruire la chiesa di Santa Caterina d’Alessandria d’Egitto, nella quale è ancora oggi custodita la reliquia, presso un convento di frati cappuccini.
Le altre reliquie
A Palermo, nella Cappella regia, sono custodite le reliquie dell’ulna e del radio di un braccio. A Messina, nel monastero del SS. Salvatore, un osso del braccio. Ad Ali, in provincia di Messina, parte di un osso del braccio. A Roma, in diverse chiese si conservano frammenti del velo. A Sant’Agata dei Goti, in provincia di Benevento, si conserva un dito. Altre piccole reliquie si trovano a Sant’Agata di Bianco, a Capua, a Capri, a Siponto, a Foggia, a Firenze, a Pistoia, a Radicofani, a Udine, a Venalzio, a Ferrara.
Anche all’estero si custodiscono piccole reliquie di sant’Agata. in Spagna: a Palencia, a Oviedo e a Barcellona. In Francia: a Cambrai, Hanan, Breau Preau e Douai. In Belgio: a Bruxelles, a Thienen, a Laar; ad Anversa. E ancora, in Lussemburgo, nella Repubblica Ceca (Praga) e in Germania (Colonia).
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La cattedrale
Al centro di Catania, all’interno del duomo, una celletta chiusa per tutto l’anno, protetta da impenetrabili cancelli e nascosta alla vista, custodisce il bene più prezioso e più caro ai catanesi e ai devoti agatini: il Busto e i ricchissimi ex voto che lo ricoprono interamente, comunemente detti < il Tesoro >.
La cappella è il vero < cuore > della cattedrale, non soltanto per l’importanza che riveste, ma anche per la collocazione fisica. Il piccolo vano, infatti, è ricavato all’interno di una parete, tra l’altare maggiore e la navata laterale destra. Un robusto cancello di bronzo e oro del 1485 la protegge da eventuali tentativi di furto.
La cattedrale fu costruita in epoca normanna e fu completata nel 1094, durante l’esilio delle reliquie a Costantinopoli. Dal 1125, ossia da quando Gisliberto e Goselmo le riportarono in patria, le reliquie della patrona sono sempre state custodite in cattedrale, con un’unica eccezione durante l’ultimo conflitto mondiale, quando per prudenza furono affidate al parroco di Fleri, un centro abitato della provincia etnea, e nascoste in una cisterna vuota dietro la chiesa.
La cattedrale fu distrutta dal terremoto del 1693 e ricostruita in pochissimo tempo da record, solo due anni, in stile tardobarocco su un progetto del Vaccarini. L’architetto palermitano decise di mantenere le dimensioni della basilica normanna, la vecchia struttura a tre navate, le due cappelle del transetto e le tre absidi normanne, rimaste in piedi dopo il terremoto.
Sant’Agata la Vetere
L’attuale chiesa sorge sull’area che fu il più antico luogo di culto agatino: in quello stesso posto, infatti, nel 262, dieci anni dopo il martirio, sorgeva la prima edicola dedicata a sant’Agata.
L’edicola fu edificata per volontà del vescovo Everio nel luogo in cui sorgeva il palazzo pretorio distrutto dal terremoto del 251. In un primo momento non vi fu custodito il corpo della martire perché in periodo di persecuzioni i sarcofagi che contenevano spoglie di cristiani venivano confiscati. Per sessant’anni, prima che Costantino consentisse ai cristiani il culto, il corpo fu tenuto nascosto fuori dalle mura cittadine. Nei 313 le spoglie furono traslate nella chiesa di Sant’Agata la Vetere, diventata cattedrale della città, e lì rimasero fino al 1040, quando il generale Maniace ne fece bottino di guerra. Al rientro da Costantinopoli, la chiesa di Sant’Agata la Vetere non era più cattedrale, ma in essa si continuò a conservate il primo sarcofago di sant’Agata. Tale urna di pietra si trova ancora oggi al posto dell’altare maggiore. E’ lunga 2 metri, larga 80 centimetri e alta 60 ed è decorata con motivi dell’arte ellenisticoromana, della stessa epoca a cui risale la morte della santa. Il coperchio non è originale, ma di epoca più tarda.
All’interno della chiesa, la più grande a navata unica di Catania, si trova un’altra reliquia: la cassa di legno nella quale furono conservate le spoglie di sant’Agata per più di cinque secoli. Un monumento settecentesco in marmo ricorda che quella fu l’area in cui Quinziano ordinò agli sgherri di recidere le mammelle a sant’Agata.
In questa chiesa venivano celebrati solennemente i vespri del 4 febbraio, vigilia della solennità. Però, dopo il terremoto del dicembre 1990, la chiesa è stata dichiarata inagibile ed è al momento ancora chiusa alle celebrazioni.
Il carcere
E’ una chiesa addossata all’antico muro della città. Al suo interno si trova la celletta dove sant’Agata fu rinchiusa durante il processo, dove venne portata dopo il martirio, dove fu guarita dall’apostolo Pietro e dove il 5 febbraio 251 esalò l’ultimo respiro e rese l’anima a Dio.
La celletta buia, umida e tetra fu sempre un luogo di culto e, un tempo, un cunicolo, ora chiuso, la collegava alla chiesa di Sant’Agata la Vetere. Nel 1571 fu edificata una cappella che introduceva in questo luogo sacro e nel XVIII secolo fu ingrandita e abbellita con l’artistico portale che, dal tempo di Federico Il al terremoto del 1693, aveva adornato l’ingresso principale del duomo.
Nel tempio sono custodite altre due reliquie: la lastra di pietra dove sono impresse le orme dei piedi, che la tradizione vuole sant’Agata abbia lasciato quando per la prima volta fu gettata in carcere, e la cassa di legno nella quale vennero trasportate le reliquie da Acicastello a Catania al rientro da Costantinopoli.
Sia il terremoto del 1693 che le colate laviche che cambiarono la forma della città hanno sempre risparmiato la chiesetta. Oggi è meta di un gran numero di devoti che, ai piedi dell’altare, nel punto in cui Agata ottenne il miracolo da san Pietro, supplicano aiuto, invocano miracoli e innalzano lodi per grazie ricevute.
La fornace
Sul luogo dove sant’Agata subì il martirio del fuoco sorge una chiesetta a unica navata. Tuttora è visibile, nella cappella destra, attraverso un oblò, la fornace che al tempo delle persecuzioni era utilizzata per le torture e che fu il luogo dove si consumò il martirio di sant’Agata.
La chiesa della fornace, che i catanesi chiamano anche < Carcara > e che è dedicata anche a san Biagio, subito dopo la caduta dell’impero romano era una semplice cappella. Nel 1098 fu leggermente ampliata, ma non si poterono superare le attuali dimensioni, perché lo impediva il bastione del carcere romano che la affianca. Fu rimodernata nel 1589 e miracolosamente preservata dall’eruzione del 1669.
Da questo luogo, prezioso in quanto documento storico e di culto, il 3 febbraio di ogni anno si diparte la solenne processione per l’offerta della cera alla santa patrona.
La chiesa di Sant’Agata a Cremona
A Cremona, nella basilica collegiata di Sant’Agata, è venerata la < tavola dell’angelo >. Si trova al Nord perché, si disse, un prete di origine cremonese, durante l’invasione dei Longobardi, approfittò del trambusto generale e la portò con sé. Da quel momento, la tavoletta divenne oggetto di grande venerazione, sia per il popolo cremonese, sia per vescovi e cardinali.
Il 5 febbraio di ogni anno, e la domenica successiva, si svolgono le celebrazioni in onore della santa.
La reliquia è custodita all’interno di un’originale teca, una tavola lignea alta 112 centimetri e larga 69, dipinta su entrambi i lati da un anonimo pittore sul finire del XIII secolo. Sulla prima facciata sono raffigurate scene della vita e del martirio di sant’Agata, sull’altra una Madonna con il Bambino sormontata da una scena della Pentecoste.
La < tavola dell’angelo >, protetta da un elegante cancelletto settecentesco, in tanti secoli non è mai stata aperta e, come una conchiglia, continua a nascondere la sua preziosa perla.
Nel 1575 san Carlo Borromeo, giunto a Cremona col preciso intento di accertarsi del contenuto del reliquiario sigillato, non osò aprirlo. Davanti a tanta meraviglia si inginocchiò in profonda venerazione.
Soltanto a metà degli anni Settanta, durante i lavori di restauro, fu fatta una radiografia della < tavola >. Si accertò finalmente che, all’interno, si trova un corpo estraneo, ma nessuno ancora oggi ha voluto violare il mistero che nasconde quella preziosa reliquia.
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